L’America a Napoli

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J. F. Kennedy lungo Via Depretis, Napoli, 2 luglio 1963

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So american!

L’undici giugno

L’undici giugno è difficile non pensare a quell’enorme scritta in grassetto nero sull’Unità: “è morto”. Lontana dalla moda da commemorazione sui social network, mi è impossibile ammutolire la riflessione legata a quel giorno, a quello che ne è seguito, al suo esclusivo valore storico. Ancor di più non riesco a isolare l’immagine di quell’oceano di persone in piazza San Giovanni il tredici giugno.

Il comunista italiano più amato è il meno comunista di tutti i segretari di partito del pci. Non è un punto di poco conto. Dal secondo dopoguerra, la maggior parte degli italiani ripudia gli estremismi, è rassicurata dal compromesso, cerca un uomo in grado di far convivere forze diverse. Ma nell’epoca delle ideologie chi non accettava dogmi veniva visto come un traditore e non come un uomo che ragionava.

Enrico fuggiva dall’assurda cecità della fede ideologica, contestualizzava la dottrina politica, non viveva nell’iperuranio come oggi fa buona parte della sinistra “estrema” perché era pragmatico – e lo era perché non aveva paura nè di perdere nè di vincere.

Scrivo questo abbandonando inutili e sterili toni nostalgici, perché dal passato devo attingere per migliorare il presente e non per chiudermi in un rimpianto carico di ridicolo vittimismo.

Per questo voglio pensare che durante la manifestazione giovanile per la pace del 18 giugno ‘82 Enrico si stesse rivolgendo anche a me:
« la prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appannaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l’interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia. »